Sempre più frequentemente si sta ponendo attenzione alle cause di mortalità nelle popolazioni delle specie minacciate, al fine di limitare tutti quegli eventi che, in modo diretto o indiretto, sono causati dall’uomo. Altrettanto importante però sarebbe valutare le eventuali variazioni a carattere etologico che possono avvenire nelle popolazioni sottoposte a tali fenomeni, specialmente se le specie coinvolte sono altamente sociali.
Una popolazione di una specie sociale è formata da individui connessi tra loro da diversi legami, che possono variare in funzione di :
> fattori sociali: età, sesso, grado di parentela;
> fattori ambientali: disponibilità di risorse, presenza di predatori.
Più questi legami sono complessi, più aumenta la probabilità che un singolo evento di mortalità improvvisa comporti ripercussioni negative a livello dell’intero gruppo.
Per analizzare quanto un gruppo di animali sociali possa risentire degli eventi di mortalità additiva, è utile valutare le modificazioni nel tempo all’interno del network delle popolazioni sottoposte a questo tipo di avvenimenti.
Prendiamo come esempio il caso delle orche (Orcinus orca), delle quali abbiamo già illustrato molti dei meccanismi sociali qui.

Le orche sono cetacei molto sociali e vivono generalmente in gruppi familiari, definiti matrilinee. Il mantenimento del gruppo è fondamentale, poiché funzionale alla predazione, atto durante il quale ciascun individuo coopera per la cattura delle prede.
Ruolo centrale è quello della matriarca, la femmina più anziana, che coordina l’intero gruppo e che ha il compito principale di trasmettere i tratti culturali (come il dialetto o le strategie di caccia). Queste funzioni sono svolte a discapito della capacità riproduttiva, infatti O. orca è una delle poche specie in cui le femmine sopravvivono per un lungo arco di tempo, dopo essere entrate in menopausa. In realtà, la rinuncia alla fertilità non rappresenta una grave perdita in termini di fitness per la matriarca. Infatti il gruppo è composto esclusivamente da individui a lei strettamente imparentati (fratelli/sorelle, figli/figlie, nipoti), perciò la matriarca può contare su una trasmissione dei geni indiretta e su un’ottimizzazione delle proprie energie, che possono essere investite per permettere il successo della propria matrilinea.

Le orche di ecotipo residente, che si cibano di pesce, vivono infatti in unità familiari molto grandi e sono filopatriche (nessuno dei due sessi si disperde). La variabilità genetica è però garantita da incontri temporanei con gruppi dello stesso ecotipo, che permettono l’accoppiamento tra individui tra loro non imparentati. Per questo le matrilinee di orche residenti sono multigenerazionali e soprattutto stabili nel tempo.
Le dispersione degli individui sessualmente maturi è inoltre inibita probabilmente alla riduzione della competizione per le risorse, grazie al fenomeno della kin-directed food sharing: si tratta di una condivisione del cibo preferenziale, tra individui strettamente imparentati tra loro. Infatti i membri più anziani e le femmine spesso condividono le proprie prede con gli individui più giovani (ma la condivisione avviene in qualche caso anche tra fratelli e sorelle).
La kin-directed food sharing quindi implica l’abilità di discriminare i membri del proprio gruppo, il grado di parentela e la loro età.
Una struttura sociale così complessa possiede ovviamente un forte valore adattativo ed è chiaro come ogni individuo all’interno della matrilinea rivesta un ruolo centrale nel mantenimento del gruppo stesso.
Le orche residenti spesso depredano i pesci intrappolati nelle reti da pesca e per questo motivo, purtroppo, possono andare incontro ad eventi di mortalità additiva. Non di rado infatti si verificano casi di catture accidentali (nelle reti da pesca), oppure fenomeni di uccisione volontaria da parte dei pescatori (questo accade nelle situazioni di pesca non regolamentata o illegale).
In casi di questo genere bisogna prendere in considerazione non soltanto gli effetti diretti della morte di un individuo (dati dalla rottura della rete sociale), ma anche le conseguenze indirette, che si protraggono nel lungo periodo (e che portano ad una riorganizzazione sociale).
Questo studio, pubblicato su PNAS, è stato condotto su una popolazione di orche che ha trascorso un periodo 7 anni di grave mortalità additiva, a causa delle interazioni con navi da pesca illegali, nell’Oceano Indiano. Il set dei dati raccolti comprende osservazioni prima, durante e dopo questa serie di eventi.
Nonostante non fossero conosciuti i ruoli di ciascun individuo all’interno del gruppo, è emerso che, a seguito degli eventi di mortalità additiva, si è verificata una riduzione significativa della forza dei legami tra gli individui sopravvissuti.

Successivamente le orche superstiti si sono associate a membri di altre matrilinee, probabilmente per mantenere una dimensione funzionale del gruppo. Tali interazioni però non si sono dimostrate stabili e la sopravvivenza media degli individui è rimasta comunque bassa, perfino anni dopo l’evento di mortalità.
In una specie così sociale, eventuali associazioni deboli si riflettono sulla diminuzione di:
> cure alloparentali
> passaggio di informazioni
> condivisione di cibo
> coordinazione durante la predazione
> capacità di foraggiamento
Questo studio quindi suggerisce che in questa specie una brusca interruzione nella rete sociale potrebbe avere ripercussioni prolungate, in termini di stress demografico.
Potrebbe essere interessante raccogliere ulteriori dati anche su altre popolazioni di O.orca sottoposte a questo tipo di eventi e indagare circa gli effetti negativi indiretti sulla fitness di ciascuna matrilinea.
Inoltre, studi di questo tipo condotti su popolazioni di differenti specie, potrebbero mettere in luce il ruolo della socialità negli eventi di mortalità additiva e, in un’ottica conservazionistica, sottolineare l’importanza di mantenere imperturbate le reti sociali all’interno delle popolazioni.
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