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Che cosa sono le stereotipie comportamentali? Il caso del beluga Yulka

Col passare degli anni, grazie al progresso scientifico e a una maggior consapevolezza, molte attività che in origine avevano scopi puramente ludici, possono acquistare dei risvolti positivi, in campo educativo ed ecologico. Se fino a pochi anni fa zoo ed acquari erano intesi come una semplice “vetrina”, dove osservare gli animali esotici, oggi molte di queste strutture rivestono un ruolo importantissimo nella tutela delle specie minacciate, attraverso quella che viene chiamata conservazione.

Purtroppo infatti, per alcuni animali vivere nel proprio habitat è divenuto molto difficile, se non impossibile. Cambiamento climatico, elevato tasso di inquinamento e bracconaggio sono solo alcuni dei limiti della conservazione in situ (la conservazione che si occupa di preservare le specie nel proprio habitat naturale).
La conservazione ex situ si propone di far fronte a questi problemi, ospitando, ed eventualmente permettendo la riproduzione, di individui appartenenti a specie minacciate, in un ambiente protetto.

Quali sono però i vincoli della conservazione ex situ?
Uno dei problemi principali è la difficoltà degli animali ospitati di esercitare il proprio repertorio comportamentale, che normalmente esprimerebbero in natura, l’etogramma. Questo comprende i comportamenti tipici della specie e il loro significato. L’impossibilità dell’individuo di esprimere il proprio etogramma è una delle principali cause di malessere psicologico negli animali, generalmente evidenziato dalla presenza di stereotipie: comportamenti apparentemente privi di scopo, associati ad elevati livelli di stress.
Le stereotipie comportamentali quindi possono essere originate da:

  • Vita in ambienti chiusi e/o troppo piccoli, rispetto alle dimensioni dell’animale
  • Vita all’interno di una struttura che non riproduce le condizioni dell’habitat naturale della specie ospitata (temperatura, salinità dell’acqua, assenza degli elementi caratteristici dell’ambiente)
  • Assenza di relazioni sociali / interazioni sociali forzate (tra membri della stessa specie o di specie diverse)
  • Maltrattamento fisico (per esempio, addestramento attraverso tecniche di rinforzo negativo)
  • Obbligo di eseguire comportamenti che, all’interno dell’etogramma della specie, esprimono aggressività
  • Distacco dal genitore, precoce e/o durante le fasi di apprendimento (questo vale principalmente per i mammiferi)

Nonostante l’impegno delle strutture che si occupano di conservazione, risulta spesso difficile conciliare tutti i differenti aspetti che garantiscano il completo benessere degli animali ospitati.
Il caso di studio di un esemplare di beluga (Delphinapterus leucas) può essere utile per illustrare questa dinamica.

Esemplare di beluga. Fotografia di Nansen Weber (Nat Geo Image Collection).

Il beluga è un cetaceo di medie dimensioni (massimo 5,5 m di lunghezza), appartenente alla famiglia dei Monodontidi e, come tutti gli Odontoceti, possiede una bocca dotata di denti. Il suo habitat è prevalentemente circoscritto attorno al Circolo Polare Artico, dove le condizioni di temperatura e di torbidità dell’acqua sono piuttosto estreme.
La specie in libertà manifesta un nuoto lento e raramente si assiste ad acrobazie aeree da parte di questi animali. Ciò nonostante, i beluga compiono quotidianamente immersioni fino a 1000 metri di profondità e possono migrare per migliaia di chilometri in mare aperto.
La socialità del beluga risulta essere molto complessa. Gli individui solitamente vivono in gruppi, che possono variare dalle coppie fino ad aggregazioni di centinaia di animali. All’interno del gruppo, le femmine coi piccoli spesso si riuniscono, formando associazioni a scopo di nursering.
Generalmente la struttura del gruppo è comunque fluida, in base alla stagione e all’età dei singoli individui: soltanto poche associazioni, come quella madre-figlio, risultano stabili nel tempo. In ogni caso, questa specie possiede una grande varietà di caratteristici comportamenti interattivi e cooperativi .
I beluga sono stati tra i primi cetacei ad essere tenuti in cattività e, perfino oggi, la maggior parte degli individui che si trovano negli acquari, sono beluga catturati in natura.

Lo studio di Paola Todeschini, è stato svolto al Museo Oceanografico di Valencia, che ospita 2 esemplari di beluga, all’interno di una vasca progettata per ricreare il loro habitat naturale; la profondità della vasca varia da 1 metro e mezzo a 5 metri.
I due beluga della struttura, Kairo e Yulka, sono rispettivamente un maschio (di età stimata attorno ai 30 anni) e una femmina (di circa 15 anni). Entrambi sono stati catturati in natura, in mari diversi, e sono stati trasferiti a Valencia dal parco marino Mar del Plata Aquarium (Mar del Plata, Argentina), dove avevano vissuto per circa 5 anni.
Lo studio comprendeva l’osservazione dei comportamenti manifestati da entrambi gli esemplari, associata ad un’analisi dell’attività respiratoria e alla raccolta di materiale biologico per il dosaggio ormonale: il cortisolo è infatti un ormone spesso coinvolto in situazioni di agitazione, stress, eccitazione, aggressività o disagio fisico. Analizzare i suoi livelli permette quindi di valutare il benessere degli animali monitorati.

Le registrazioni dei comportamenti espressi dai due beluga hanno evidenziato una frequenza oraria e una durata oraria significativamente elevate, per quanto riguarda l’attività di nuoto preferred-trip di Yulka.

Nei cetacei il nuoto preferenziale (in particolare il nuoto in circolo) e il galleggiamento rappresentano comportamenti stereotipati indicatori di forte malessere psico-fisico. Tale comportamento, in molte specie animali, si manifesta attraverso un pattern circolare: solitamente l’individuo compie lo stesso giro, senza cambiare velocità, spesso ripetendo perfino gli stessi movimenti della testa, degli arti e della coda. Di fronte ad un comportamento del genere, è evidente come l’animale compia questa attività senza un fine preciso, in modo ripetitivo e reiterato.

Disegno che mostra il percorso circolare del nuoto preferenziale di Yulka (P. Todeschini, 2012).

Dato l’evidente stato di frustrazione in cui si trova un animale che manifesta comportamenti di questo tipo, come suggerito in precedenza, la verifica di una possibile correlazione tra il cortisolo e questo display comportamentale è importantissima e permette di identificare con maggior precisione in quali situazioni l’animale esibisce il proprio disagio psico-fisico.
Osservare le variazioni dei valori di cortisolo di Yulka durante la giornata e compararle con la frequenza del nuoto preferred-trip da lei esibito, potrebbe dunque consentire di capire quando aumenta il suo livello di stress e perfino di diminuirlo.

Il compito di etologi e veterinari è infatti quello di monitorare gli animali con stereotipie comportamentali, al fine cercare soluzioni concrete per migliorare, giorno dopo giorno, le condizioni di vita di animali che non possono essere reintrodotti in natura.

Bibliografia:

  • Todeschini P. (2012). Costruzione del catalogo comportamentale di Delphinapterus leucas: quantificazione in relazione a dinamiche temporali e correlazione con parametri respiratori ed endocrini. Tesi di laurea in adattamenti degli animali in ambiente marino, Corso di laurea magistrale in Biologia Marina, Università di Bologna

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