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Con gli occhi di una tartaruga

Negli ultimi decenni, la plastica ha avuto una crescita esponenziale della sua produzione globale, tanto da essere, ad oggi, la componente più rappresentativa di tutti i detriti marini.
La plastica provoca molti effetti letali (o subletali) sulla fauna marina, tra i quali:

  • Soffocamento
  • Difficoltà o incapacità locomotoria (conseguente impossibilità di evitare la predazione o di tornare in superficie)
  • Perforazione del tratto gastrointestinale
  • Parziale o totale occlusione del tratto digerente
  • Accumulo di sostanze chimiche nocive, rilasciate dalla plastica stessa

Quasi tutti gli animali trovati arenati e sottoposti a necroscopia contengono residui di plastica, all’interno dell’apparato digerente. In particolare, in tutte e sei le specie di tartarughe marine elencate nella lista rossa della IUCN è stata riportata l’ingestione di plastica.

Perché questo accade?

Al di là dei residui di plastica che possono essere ingeriti accidentalmente, occorre pensare al sistema di foraggiamento di questi rettili.
Per individuare le loro prede infatti, le tartarughe marine rispondono a stimoli olfattivi e visivi. La vista è un organo di senso molto sviluppato in questi animali. Essi sono in grado di distinguere gli oggetti in primo piano dal background e riescono a discriminare i colori, mostrando una preferenza significativa per tutto ciò che è bianco (o comunque di colore chiaro). Probabilmente queste preferenze sono correlate al tipo di alimentazione, poiché molte specie di tartarughe marine si cibano spesso di animali chiari e gelatinosi (come le meduse).
Nonostante le grandi capacità visive, le tartarughe non possiedono le informazioni necessarie per poter discriminare una medusa da un oggetto di nostra invenzione, che in acqua le somiglia molto: la busta di plastica. Non hanno cioè evoluto un modello interno che consenta loro di capire che quella che hanno davanti non è una preda, ma un semplice sacchetto. Questo perché “nel cervello di tutti noi animali non c’è qualcosa come un vasto deposito di copie di oggetti, ma soltanto le rappresentazioni che i neuroni sono in grado di produrre interpretando i fotoni di luce riflessa o emessa” ( L. Vozza & G. Vallortigara, 2015). Tali rappresentazioni differiscono da specie a specie e le tartarughe marine non hanno sviluppato gli strumenti che permettano di cogliere le differenze qualitative tra due “prede” apparentemente così simili tra loro.

Differenti percentuali del colore dei rifiuti trovati sulle spiagge e nel tratto gastrointestinale delle tartarughe marine arenate, successivamente sottoposte a necroscopia. Notare come i rifiuti prevalentemente ingeriti possiedano colori chiari. (Schuyler Q. et al., 2012)

Proviamo a perdere momentaneamente anche noi la possibilità di discriminare una busta di plastica da una medusa:

Le seguenti immagini non rappresentano le reali capacità visive di una tartaruga marina, ma sono state ritoccate in questo modo per metterci in difficoltà e mostrare quanto possa essere difficile, per una specie non umana, nuotare in cerca di una preda edibile.

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Ecco di seguito le fotografie originali. Com’è andata?


Le buste di plastica probabilmente non sono gli unici rifiuti ingeriti dalle tartarughe marine, a causa della somiglianza con le loro prede. I palloncini, per esempio, quando vengono rilasciati nell’ambiente, subiscono un processo di frammentazione in lunghi fili, che ricordano i tentacoli dei calamari e delle Scyphomedusae (meduse che rientrano nella dieta di tutte le tartarughe marine). Questo spiegherebbe la significativa ingestione di palloncini di gomma, osservata prevalentemente nelle tartarughe pelagiche.

Diventa quindi ancora più importante tutelare i mari dai rifiuti di origine antropica, limitando il più possibile il consumo della plastica “usa e getta” ed evitando, in maniera assoluta, la dispersione nell’ambiente di qualsiasi tipo di rifiuto, indipendentemente dal colore e dai tempi di degradazione.

Bibliografia:

  • Constantino M. A., Salmon M. (2003) Role of chemical and visual cues in food recognition by leatherback posthatchlings (Dermochelys coriacea L). Zoology 106(2003): 173–181
  • Duncan E. M., Arrowsmith J. A., Bain C. E., Bowdery H., Broderick A. C., Chalmers T., Fuller W. J., Galloway T. S., Lee J. H., Lindeque P. K., Omeyer L. C. M., Snape R. T. E., Godley B. J. (2019) Diet-related selectivity of macroplastic ingestion in green turtles (Chelonia mydas) in the eastern Mediterranean. Nature, Scientific Reports 9:11581
  • Hall R. J., Robson S. K. A., Ariel E. (2018) Colour vision of green turtle (Chelonia mydas) hatchlings: do they still prefer blue under water? PeerJ
  • Last D. (1997) Impacts of Marine Debris: Entanglement of Marine Life in Marine Debris Including a Comprehensive List of Species with Entanglement and Ingestion Records. Marine Debris: sources, impact and solutions 99-139
  • Schuyler Q., Hardesty B. D., Wilcox C., Townsend K. (2012) To Eat or Not to Eat? Debris Selectivity by Marine Turtles. Plos One 7(7):e40884
  • Vozza L. & Vallortigara G. (2015) Piccoli equivoci tra noi animali: siamo sicuri di capirci con le altre specie? Zanichelli

Grazie per aver letto questo articolo!

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