etologia

Piacere = Felicità. Ma è proprio così?

Laura Beani – Festival della Scienza di Roma (gennaio 2013)

Un gatto si stira al sole, fa le fusa, insegue un gomitolo; un ippopotamo si fa lisciare la spessa cute dalla corrente e dai pesciolini pulitori; due scimmie, una accanto all’altra, si fanno grooming, si spulciano lentamente e lo stesso fanno gli uccelli nel preening; un cucciolo gioca con un’esuberanza incontrollabile; gli scimpanzè sorridono, ridono e si fanno il solletico, mentre i loro cugini bonobo si abbandonano all’euforia sessuale. Tanti piaceri diversi come lo sono le specie animali: piaceri sensoriali, percettivi, immediati, solitari o sociali. Ma gli animali, che certo sono equipaggiati per provare piacere (è adattativo  rispondere agli stimoli positivi, cercare il benessere, e questa pressione selettiva non riguarda solo i mammiferi) sono davvero capaci di sentirsi felici? 

Il grooming è un comportamento di pulizia del mantello (o della pelle) praticato da molti mammiferi, come ad esempio i primati. Quando viene svolto reciprocamente prende il nome di allogrooming e assume anche un significato di consolidamento dei legami e di riaffermazione delle gerarchie tra i membri di un gruppo sociale.

Con questo dubbio in testa mi sono immersa nel Festival della Scienza di Roma (17-20 gennaio 2013), dedicato appunto alla Felicità. Intanto c’erano gli “abbraccioni” ad accoglierti all’Auditorium di Renzo Piano: ragazzi e ragazze che erano lì per abbracciare il pubblico, la parola d’ordine era “Più abbracci, più endorfine, più felicità”. Ai convegni non succede mai. Eppure il semplice contatto caloroso è un efficace cortocircuito, accende i centri del piacere, ma vi ricorriamo sempre meno per i troppi filtri culturali.

David Linden, neuro-scienziato che ha da poco pubblicato La bussola del piacere (Codice ed.), ha parlato del difficile equilibrio tra la naturale spinta verso piacere e il suo lato oscuro, quella ricerca ossessiva del piacere che crea dipendenza e dolore. Già il sottotitolo del libro introduce questa ambivalenza. Perchè junk food, sesso, sudore, marijuana, vodka e gioco d’azzardo ci fanno sentire bene. Sono i molti pulsanti del piacere: se stimolati, producono segnali neurali che ora – grazie al brain imaging – vediamo convergere sul nostro circuito del piacere prosencefalico mediale, dove i neuroni dopaminergici svolgono un ruolo fondamentale. E tutto questo “poiché l’evoluzione ci ha reso in grado – scrive Linden nel Prologo – di trarre piacere da un ampio ventaglio di esperienze che vanno (…) dalla meditazione alla masturbazione”. Il titolo originale enumera tra gli stimoli anche Generosity e Learning. Lo sottolineo perchè siamo inguaribilmente animali cervelloni e sociali. Le idee astratte, o la gratificazione a fare beneficenza, possono darci euforia e attivare il circuito. Ma lo scanner cerebrale rivela che sono efficaci anche stimoli “arbitrari” come il gioco d’azzardo e lo shopping compulsivo, oppure “viziosi” come i cibi dolci e grassi, l’alcool e certe sostanze psicoattive, dalla cara caffeina alla nicotina e alla morfina. Sul “runner’s high”, il cosiddetto sballo del corridore, la sensazione piacevole che si prova dopo un esercizio fisico prolungato, sospendo il giudizio: da ex-triatleta so che è solo questione di dosi, come per molti altri piaceri della vita.

Attraversare questo arcipelago di piaceri, più o meno sensati, non significa ancora felicità

Per Shimon Edelman, psicologo alla Cornell University, esperto in scienze cognitive, informatiche e computazionali, la felicità non consiste nel raggiungimento di uno scopo, ma nel percorso che facciamo per raggiungerla, nella ricerca del numero massimo di ricompense tra le infinite possibilità di scelta, come farebbe un topolino nel labirinto per arrivare a saziarsi. Il suo recente libro, La felicità della ricerca. Le neuroscienze per stare bene (ancora per i tipi della Codice, che si è davvero impegnata su questo inafferabile tema in tempi di facile edonismo) lo definirei quasi un testo filosofico. Felicità è prima di tutto consapevolezza di ciò che stiamo vivendo, della nostra natura profonda e del rapporto con gli altri e col mondo. L’evoluzione ci ha indirizzato verso la felicità quando ci ha dotati della capacità di anticipare il futuro. La memoria è la nostra personale macchina per muoverci nello spazio e nel tempo, per ricostruire il passato e pregustare il futuro, per non essere in balia degli eventi. Quando siamo impegnati in un compito che ci fa viaggiare con la mente e provare nuove esperienze, siamo davvero felici. Quando immaginiamo siamo felici. Insomma, pensare al futuro è più divertente che viverlo. Edelman, nato in Russia da una famiglia ebrea, ha iniziato il suo intervento con una frase di Maxim Gorky: “L’uomo è nato per la felicità come l’uccello è nato per il volo.” E ha chiuso con un buon consiglio: “Quando cercate la felicità, prendetela e lasciatela andare”.

Questa visione mentale e dinamica della felicità – che non è uno stato, altrimenti l’assuefazione non ce la farebbe gustare – l’ho ritrovata nelle parole di Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica all’università Milano Bicocca: citando Leopardi, individua “l’opposto della felicità” non nel dolore ma nella “noia, intesa come vuoto conoscitivo e mancanza di affetti”. Anche Paul Bloom, professore di psicologia e scienze cognitive a Yale e autore de La Scienza del piacere (Saggiatore ed.), sostiene che “il piacere ha radici profonde”, che “il godimento che traiamo da qualcosa deriva da ciò che pensiamo che sia”. Tanti piaceri della vita quotidiana sono frutto della cultura e del valore affettivo che diamo persino agli oggetti. Esisterebbero quindi “piaceri naturali”, più facili da spiegare, e “piaceri umani”, legati all’essenza invisibile che attribuiamo agli oggetti del mondo. Il libro inizia con la frase “C’è un aspetto animalesco nel piacere umano”, ma abbandona subito il campo per dichiarare: “Questo libro parla di piaceri più misteriosi”. 

Ma alla fine gli animali – che certo provano piacere – sono felici?

Se felicità è insieme consapevolezza e capacità di previsione, il cane che scodinzolando ci porta la pantofola, potrebbe definirsi felice? Forse sì. Tra l’altro non è un oggetto qualsiasi, ha un significato particolare. La mia esperienza romana mi ha suggerito una via di uscita: sono “diversamente felici”. Anche a loro toccano misteriosi piaceri che però spesso non percepiamo. Siamo in sintonia col cane e col gatto per la lunga convivenza, molto meno col verme nematode Caenorharbditis elegans. E’ un modello animale molto studiato perchè semplice. Ha solo 302 neuroni ma presenta un rudimentale circuito del piacere – un gruppo di 8 neuroni dopaminergici – che lo spinge alla ricerca di batteri, la principale e preferita fonte di nutrimento. Quando questi neuroni vengono silenziati, ecco che i vermi – ancora capaci di seguire le tracce chimiche dei batteri  – diventano come indifferenti allo stimolo. “Si può ipotizzare – commenta David Linden –  che i vermi non trovino più tanto piacevole mangiare batteri e questo suggerisce che alcuni aspetti della biochimica del piacere si siano conservati intatti in centinaia di milioni d’anni di evoluzione”. Dalla semplice percezione di benessere/malessere degli invertebrati, si passa alla messa a punto del piacere attraverso l’esperienza, e nelle specie sociali al piacere di interagire con gli altri. Ma il piacere rappresenta comunque una forma di ricompensa, è gratificante e auto-remunerativo. Una pagina da un libro che non mi stanco di leggere, Nella mente degli animali di Danilo Mainardi (Cairo ed.), è dedicata proprio ai Differenti piaceri. Nel silenzio di una notte di luna, in un campo di erba medica, Mainardi sorprende una lepre. “Iniziò di colpo il suo spettacolo, fatto di corse in tondo, zigzagamenti, salti scomposti, piroette. Un gioco forse, chissà. (…) Quale significato attribuire a quella sorta di rito? Non lo sapevo e ancora non lo so. Secondo me, però, si stava, semplicemente, godendo la vita”.   

Bibliografia:

  • Bloom P. (2010) La scienza del piacere. L’irresistibile attrazione verso il cibo, l’arte, l’amore. Editore: Il Saggiatore.
  • Edelman S. (2013) La felicità della ricerca. Le neuroscienze per stare bene. Editore: Codice.
  • Linden D. J. (2017) La bussola del piacere. Ovvero perché junk food, sesso, sudore, marijuana, vodka e gioco d’azzardo ci fanno sentire bene. Editore: Codice.
  • Mainardi D. (2006) Nella mente degli animali. Editore: Cairo.

Grazie per aver letto questo articolo!

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