Il bullismo è un fenomeno sociale che si accompagna a gravi conseguenze ed è oggi un tema piuttosto ricorrente: non solo è diventato argomento centrale di molti testi di psicologia, ma è anche un importante elemento nelle trame di film e serie tv.
Il bullismo viene definito come un atteggiamento di sopraffazione, esercitato attraverso violenze fisiche e/o psicologiche, spesso perpetrato ripetutamente da una o più persone, nei confronti di un individuo solitamente incapace di difendersi. Sebbene per molto tempo il termine sia stato riferito ad episodi avvenuti all’interno di contesti scolastici o comunque giovanili, oggi una nuova finestra è stata aperta anche sul mobbing sul posto di lavoro, che coinvolge invece individui adulti vittime di vessazioni nell’ambiente lavorativo. Inoltre, negli ultimi anni, l’uso dei social network ha decisamente contribuito all’amplificazione di questo fenomeno, offrendo la possibilità a chiunque di giudicare, perfino con commenti offensivi o aggressivi, i contenuti pubblicati sia da celebrità che da persone comuni.
In ognuno di questi casi, tali atteggiamenti possono arrecare profonde ferite psicologiche nelle persone che li subiscono. Quello che però è stato scoperto recentemente, è che il bullismo può lasciare anche delle tracce biologiche.

Come funziona la risposta allo stress?
Quando un individuo è esposto ad un fattore stressante (o stressor), l’organismo risponde attraverso due vie: una immediata ed una ritardata.
Infatti, in un primo momento, attraverso una cascata ormonale, la midollare del surrene determina il rilascio di catecolamine (noradrenalina e adrenalina) che preparano l’organismo a mettere in atto una risposta fisica, definita reazione di attacco o fuga.
La risposta ritardata invece permette all’individuo di essere maggiormente reattivo nei confronti dello stressor ed è resa possibile grazie all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), il principale effettore della risposta individuale di stress del sistema nervoso. Gli organi di senso (come gli occhi e le orecchie) raccolgono gli stimoli provenienti dall’ambiente e raggiungono direttamente l’ipotalamo; questo, secerne l’ormone CRH (Corticotropin-Releasing Hormone) che raggiunge rapidamente l’ipofisi, dove induce la liberazione di ACTH (Adreno-CorticoTrophic Hormone). Immesso nella circolazione sanguigna, l’ACTH raggiunge la corteccia surrenale, dove induce il rilascio di cortisolo. Quest’ultimo inibisce le funzioni non indispensabili nel breve periodo, per garantire il massimo sostegno agli organi vitali (fondamentale se ci si trova in una situazione di pericolo): ad esempio, la pressione sanguigna e la glicemia aumentano, mentre il sistema immunitario viene represso.

Questa catena di eventi è dotata però di un sistema a feedback negativo, per permettere all’organismo di tornare alle condizioni normali. Infatti, attraverso recettori specifici, localizzati a livello dell’ipotalamo e dell’ippocampo, il cortisolo stesso segnala al sistema nervoso che non è più necessario continuare a secernere CRH, impedendo che l’eccitazione, il dispendio energetico e l’immunosoppressione perdurino nel tempo. Non a caso, cambiamenti a carico della regolazione di questo feedback sono frequentemente coinvolti nell’insorgenza di patologie organiche e psichiatriche, quali: disturbi dell’alimentazione, patologie immuni e autoimmuni, ansia e depressione.
Cosa succede se lo stressor risiede nell’ambiente quotidiano?
Studi scientifici hanno mostrato che l’esposizione prolungata ad ambienti negativi, specialmente se nei primi anni di vita, modifica il funzionamento della risposta dell’asse HPA allo stress. Per esempio, secondo l’ipotesi dell’attenuazione, eventi negativi in età infantile indurrebbero inizialmente un persistente aumento del cortisolo, seguito però da un abbassamento della reattività dell’asse HPA: questo meccanismo potrebbe essere adattativo, se si considera che accade negli individui che devono fronteggiare quotidianamente situazioni di difficoltà incontrollabili e/o imprevedibili, impedendo loro di sviluppare continuamente una risposta neuroendocrina a situazioni di minaccia (Susman, 2006).
Alcune evidenze mostrano infatti che avversità durante l’infanzia sono spesso associate ad una minor reattività dell’asse HPA e ad una minor secrezione di cortisolo (Tyrka et al. 2008).
Per questo motivo, è possibile che anche il bullismo possa rendere più vulnerabili allo stress e allo sviluppo di disturbi d’ansia o del tono dell’umore.
Il ruolo della serotonina
La serotonina (5-idrossitriptamina o 5-HT) è un neurotrasmettitore coinvolto in molte funzioni biologiche. Essendo un mediatore chimico, interagisce con specifici recettori, generando un effetto diverso in base al tessuto in cui si trova. A livello del Sistema Nervoso Centrale, la serotonina è prodotta da un gruppo relativamente piccolo di cellule (nei nuclei del rafe), che proiettano però a differenti aree della corteccia cerebrale. Il sistema serotoninergico è importante ad esempio per la regolazione del tono dell’umore, le emozioni, la sessualità, le funzioni cognitive, la regolazione del sonno e dell’appetito.
La serotonina è coinvolta in sinapsi di tipo chimico: al sopraggiungere dell’impulso nervoso al terminale pre-sinaptico di un primo neurone, le vescicole che esso contiene, ricche di serotonina, si fondono con la membrana cellulare e liberano il neurotrasmettitore nello spazio intersinaptico. Successivamente, il legame con specifici recettori, posti sulla membrana post-sinaptica di un secondo neurone, induce una risposta di natura eccitatoria o inibitoria.

Una volta avvenuta la segnalazione, la maggior parte della serotonina viene ricaptata, quindi trasportata nuovamente nel terminale pre-sinaptico, grazie al trasportatore SERT. La ricerca scientifica suggerisce che varianti di questa proteina possono predisporre all’insorgenza di psicopatologie, specialmente se i soggetti portatori sono esposti ad eventi avversi durante l’infanzia (Caspi et al., 2010). Più in generale, si pensa che alterazioni nella funzionalità dei circuiti della serotonina possano essere coinvolte in numerosi disturbi, quali: emicrania, depressione, schizofrenia e disturbi alimentari.
Un dato interessante è che il sistema serotoninergico e gli ormoni dello stress sembrano interagire in modo stretto e bidirezionale tra loro (Hanley & Van de Kar, 2003). Esiste infatti una relazione inversa tra i livelli di serotonina e quelli di cortisolo: un aumento della trasmissione della serotonina abbassa i livelli di cortisolo, mentre un aumento del rilascio di cortisolo diminuisce l’azione del neurotrasmettitore. Per questo motivo, deficit nella neurotrasmissione della serotonina, così come la riduzione di SERT, si ripercuotono sulla reattività dell’asse HPA (Li et al., 1999; Lowry, 2002); analogamente, il cortisolo può regolare i livelli di SERT (Lesch et al., 1996). Per questo motivo, esperienze che innescano attivazioni ripetute e prolungate dell’asse HPA, possono modificare il sistema serotoninergico e questo altererebbe a sua volta la risposta allo stress.
In che modo gli eventi avversi possono modificare i processi biologici?
Come spiegato in questo articolo, il nostro DNA definisce l’insieme delle caratteristiche che ci contraddistinguono, attraverso l’espressione di specifici geni che codificano per proteine con le funzioni più differenti. Infatti, a partire dal DNA, i geni vengono trascritti e successivamente tradotti in proteine, ciascuna delle quali esercita una specifica funzione e conferisce una determinata caratteristica. Forme alternative di uno stesso gene sono quindi responsabili di tratti differenti tra individuo e individuo. Questo aspetto è meno definito per i caratteri complessi, poiché nella regolazione di questi tratti intervengono molteplici fattori, sia genetici che ambientali; a tale proposito, è bene ricordare che i caratteri comportamentali sono complessi, quindi influenzati da un insieme di geni e dalle esperienze di ciascun individuo.
Oggi sappiamo infatti che il cervello è un organo plastico e che alcuni circuiti neurali si modificano attraverso l’esperienza. Queste trasformazioni possono anche essere a lungo termine e coinvolgono cambiamenti a livello della trascrizione di specifici geni. I fattori ambientali (positivi e negativi) possono pertanto modificare la produzione di determinate proteine o il loro funzionamento. Tali alterazioni della trascrizione genica non cambiano però la sequenza del DNA e prendono il nome di meccanismi epigenetici.
In particolare, alcune modifiche epigenetiche avvengono a carico delle basi azotate, molecole organiche contenenti azoto, che compongono il DNA: adenina, timina, citosina e guanina.

Uno degli eventi più frequenti è quello della metilazione della base citosina, ad opera di un enzima (DNA metil-transferasi) che aggiunge un gruppo metile (-CH3) al carbonio in posizione 5 della base azotata. La citosina diventa così 5-metil citosina. Le regioni di DNA che più frequentemente vanno incontro a questa modifica sono localizzate a monte dei siti di inizio della trascrizione e causano il silenziamento del gene coinvolto. Questo significa che la proteina codificata da quel gene (può essere una proteina strutturale, un recettore, un trasportatore, etc.) non viene prodotta.

Cosa accade nelle vittime di bullismo a livello biologico?
Sulla base della premesse precedenti, un gruppo di ricerca canadese (Ouellett-Morin et al., 2013) ha condotto uno studio longitudinale su 28 coppie di gemelli monozigoti di 12 anni. Ciascuna coppia di gemelli condivideva non soltanto il patrimonio genetico, ma anche lo stesso ambiente familiare e gli stessi fattori di rischio, di modo che il campione fosse più omogeneo possibile. Per ogni coppia, solo uno dei due gemelli era stato vittima di bullismo e nessuno dei soggetti aveva sperimentato altre esperienze negative in precedenza.
Innanzitutto, i risultati hanno evidenziato nei bambini vittime di bullismo un aumento significativo nella metilazione del gene SERT. Il fatto che test precedenti non avessero rilevato differenze nel pattern di metilazione di questo gene, tra un gemello e l’altro, suggerisce che questa modifica epigenetica possa essere stata causata dal contesto routinario stressante a cui questi bambini erano stati sottoposti.
Inoltre, gli individui che avevano avuto esperienze di bullismo hanno mostrato un’evidente riduzione nella produzione di cortisolo in risposta allo stress.
Dato che queste due condizioni sono state trovate in associazione anche in soggetti adulti con storie di abuso infantile (Beach et al., 2010), è stato ipotizzato che nei bambini, a seguito di eventi stressanti prolungati nel tempo, il promotore del gene SERT sarebbe soggetto a metilazione, diminuendo così l’espressione del trasportatore. Al tempo stesso, una disregolazione della risposta dell’asse HPA allo stress porterebbe ad un abbassamento dei livelli di cortisolo. Non è stato ancora identificato però il pathway molecolare responsabile del possibile legame tra il silenziamento del gene SERT e l’alterazione dell’asse HPA.
Inoltre, resta da chiarire se tali modifiche si verifichino esclusivamente in età infantile oppure se il bullismo, a prescindere dall’età, sia in grado di indurre tali cambiamenti. Un primo passo potrebbe essere quello di seguire i soggetti nel tempo, di modo da valutare se queste alterazioni si mantengano nel lungo periodo e in che misura possano contribuire allo sviluppo di specifiche patologie in età adulta. Infine, replicare questi test su campioni di dimensioni maggiori e di età differenti potrebbe essere utile per valutare la forza della relazione tra l’espressione di SERT e la reattività dell’asse HPA, associata a fenomeni di bullismo.
Questo studio mostra comunque che il bullismo può effettivamente essere considerato un fattore di rischio ambientale, in grado di innescare cambiamenti fisiologici ed epigenetici negli individui che ne fanno esperienza (in particolare se durante l’infanzia). Tali modifiche potrebbero di conseguenza offrire un background che predispone all’insorgenza di disturbi neuropsichiatrici. Pertanto, oltre ad un discorso di carattere puramente etico, diventa ancora più importante la messa in atto di un continuo impegno sociale, volto a creare degli ambienti positivi che limitino l’insorgenza di fenomeni di discriminazione e di violenze psicofisiche.
Bibliografia:
- Beach S. R., Brody G. H., Todorov A. A., Gunter T. D., Philibert R. A. (2010) Methylation at SLC6A4 is linked to family history of child abuse: an examination of the Iowa Adoptee sample. American Journal of Medical Genetics: Part B Neuropsychiatric Genetics 153B:710–713
- Caspi A., Hariri A. R., Holmes A., Uher R., Moffitt T. E. (2010) Genetic sensitivity to the environment: the case of the serotonin transporter gene and its implications for studying complex diseases and traits. The American Journal of Psychiatry 167(5):509-27
- Hanley N. R. S. & Van de Kar L. D. (2003) Serotonin and the Neuroendocrine Regulation of the Hypothalamic–Pituitary–Adrenal Axis in Health and Disease. Vitamins & Hormones 66:189-255
- Lesch K. P., Bengel D., Heils A., Sabol S. Z., Greenberg B. D., Petri S., Benjamin J., Müller C. R., Hamer D. H., Murphy D. L. (1996) Association of anxiety-related traits with a polymorphism in the serotonin transporter gene regulatory region. Science 274(5292):1527-31
- Li Q., Wichems C., Heils A., Van De Kar L. D., Lesch K. P., Murphy D. L. (1999) Reduction of 5-hydroxytryptamine (5-HT)1A-mediated temperature and neuroendocrine responses and 5-HT1Abinding sites in 5-HT transporter knockout mice. Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics 291:999–1007
- Lowry (2002) Functional subsets of serotonergic neurones: implications for control of the hypothalamic-pituitary-adrenal axis. Journal of Neuroendocrinology 14(11):911-23
- Ouellet-Morin I., Wong C. C. Y., Danese A., Pariante C. M., Papadopoulos A. S., Mill J., and Arseneault L. (2013) Increased serotonin transporter gene (SERT) DNA methylation is associated with bullying victimization and blunted cortisol response to stress in childhood: a longitudinal study of discordant monozygotic twins. Psychological Medicine 43(9):1813–1823.
- Susman (2006) Psychobiology of persistent antisocial behavior: Stress, early vulnerabilities and the attenuation hypothesis. Neuroscience & Biobehavioral Reviews 30(3):376-389
- Tyrka A. R., Wier L., Price L. H., Ross N., Anderson G. M., Wilkinson C. W., Carpenter L. L. (2008) Childhood Parental Loss and Adult Hypothalamic-Pituitary-Adrenal Function. Biological Psychiatry 63(12):1147-1154

Grazie per aver letto questo articolo!

2 pensieri su “Il bullismo e le sue tracce nel DNA”