[…] è dunque probabile che io sia più saggio di lui almeno proprio in questo piccolo particolare, che le cose che non so neppure credo di saperle.
– Platone, Apologia di Socrate.
Questa citazione, che ha dato spunto alla celebre frase “so di non sapere” attribuita a Socrate, racchiude un messaggio cruciale nella lotta contro la disinformazione. Sarebbe infatti proprio la consapevolezza di non conoscere abbastanza la chiave del desiderio di conoscenza profonda. Ciò implica un giudizio auto-critico, nel saper valutare la propria preparazione in relazione a un determinato tema, e la capacità di prendere una posizione autonoma, rispetto a quella di un’altra persona. Autonoma non significa per forza diversa, ma semplicemente frutto di un’elaborazione personale della notizia letta, sulla base delle informazioni possedute e delle fonti eventualmente consultate.
Infatti, oggi la disinformazione online è ritenuta un problema di entità globale (Arechar et al., 2023), complice sicuramente la mala gestione dei social networks e la bassa scolarizzazione che affligge ancora molti Paesi. Ma il fenomeno si rivela molto più complesso, quando si pensa che tante persone di nostra conoscenza cadono quasi quotidianamente vittime di fake news, influenzando il loro stile di vita, le loro ideologie politiche e perfino la loro salute.
Una prospettiva neurobiologica:
I processi cognitivi umani sono altamente complessi e sviluppati su diversi layers, che permettono di elaborare le informazioni utilizzando circuiti neurali differenti. Avere infatti la possibilità di poter risparmiare energia, se gli stimoli sono ritenuti semplici, è un aspetto cruciale, dal punto di vista evolutivo. Pertanto possediamo dei meccanismi rapidi, che ci permettono di elaborare risposte in tempi brevi, e dei meccanismi corticali più complessi, che elaborano le informazioni in maniera più completa. Solitamente, la via breve provoca delle risposte innate di rilascio immediato di neurotrasmettitori, fondamentali in situazioni di pericolo, mentre la seconda è causa di un pensiero cosciente. Un classico esempio è rappresentato da una passeggiata nel bosco, quando improvvisamente crediamo di aver visto un serpente e saltiamo indietro, spaventati. Questa risposta corporea non passa attraverso il pensiero cosciente, lo spostamento all’indietro avviene in maniera automatica. Pochi secondi dopo, realizziamo che quello che ritenevamo un serpente era soltanto il ramo di un arbusto e ci tranquillizziamo.
È facile quindi dedurre l’importanza della risposta rapida, che permette di salvaguardare l’integrità personale.

E se un simile fenomeno si verificasse durante la lettura di una notizia? Secondo Kahneman (2011), esisterebbero due sistemi cognitivi distinti, i quali darebbero forma al processo decisionale e al ragionamento umano. Il primo (pensiero veloce) sarebbe caratterizzato da processi automatici e fornirebbe risposte rapide agli stimoli. Il secondo (pensiero lento) sarebbe invece riflessivo e comporterebbe un pensiero più analitico e, di conseguenza, uno sforzo cognitivo maggiore. Il pensiero veloce potrebbe essere più facilmente esercitato dalla popolazione, sia per evitare un eccessivo dispendio energetico, ma anche per tutelare l’integrità individuale, consolidando le proprie credenze e proteggendole da ciò che potrebbe metterle in dubbio. Se ritenete che quest’ultimo punto sia irrilevante, provate a pensare a quanto è importante avere la certezza che in cucina il sapone si usi per lavare i piatti, anziché per condire l’insalata. Avere una rappresentazione interna definita del mondo attorno a noi è fondamentale, pur promuovendo lo sviluppo del cosiddetto confirmation bias (distorsione del pensiero: tendenza innata ad acquisire selettivamente nuove informazioni che confermino i propri preconcetti, screditando le possibili prove contrarie).
Inoltre, considerando che l’essere umano è una specie altamente sociale, la spinta intrinseca a credere alle fake news potrebbe essere promossa anche da quella che Kahan definisce cognizione protettiva dell’identità (2017), ovvero la tendenza a scartare inconsciamente le prove che non riflettono le credenze predominanti nel proprio gruppo. In questi casi, la posizione degli individui potrebbe avere un peso ulteriore sul valore delle rispettive idee, ad esempio se ci si trova in un ambiente lavorativo o scolastico, portando l’individuo dominante ad influenzare maggiormente l’opinione degli altri individui.
Abbiamo davvero un problema di analfabetismo funzionale?
L’analfabetismo funzionale, da definizione, caratterizza chi non può impegnarsi in tutte quelle attività in cui l’alfabetizzazione è richiesta per un efficace funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per consentirle di continuare a usare la lettura, la scrittura e il calcolo per il proprio sviluppo e per quello della comunità (Gronchi & Perini, 2024). Si riferisce quindi non a persone che non sanno leggere e scrivere, bensì ad individui che, pur essendo in grado di leggere, non sono capaci di comprendere correttamente quello che stanno leggendo. Si capisce come quindi questo fenomeno possa dare facilmente adito a fraintendimenti e distorsione del significato di una notizia.
In realtà, negli anni ci si è resi conto sempre di più che sarebbe più corretto riferirsi all’analfabetismo funzionale in termini settoriali. Infatti, molte persone, perfettamente in grado di contribuire al funzionamento della comunità nel settore argomento di loro studio, si rivelano invece incapaci di poter intendere correttamente un testo appartenente ad un’altra disciplina.
Ecco quindi che il messaggio di Socrate si ricongiunge alla criticità della credenza alle fake news. Quanti esperti di lingue, davanti a un testo scientifico, si domandano se hanno sufficienti competenze per valutare quello che leggono? Quanti medici, davanti a una notizia di politica estera, si chiedono se non sia loro necessario consultare ulteriori fonti, prima di prendere per buono quanto riportato dal giornalista? Quanti macellai pensano di poter fare un pane migliore del fornaio, dopo aver letto una ricetta online?

Prede di chi?
Intanto dovremmo chiederci ancora una volta: perché diventiamo prede di fake news?
Molto probabilmente, la tematica trattata è di nostro interesse personale: la nostra salute, la nostra libertà personale, la nostra integrità fisica, le nostre ideologie religiose o politiche. Tutti temi che solitamente si riferiscono al benessere fisico ed emotivo. Le fake news molto spesso si basano sul denominatore comune di qualcosa o qualcuno che minaccia la nostra integrità, il nostro benessere o i nostri valori. Fanno leva sia sui nostri interessi che sulle nostre paure e metterebbero in luce l’esistenza di un qualcosa che non ci è noto, ma che rappresenta per noi un rischio (e/o una soluzione). Sebbene l’intento di questi misteriosi informatori possa apparire nobile, in realtà sono proprio loro normalmente i primi a trarre un profitto attraverso la circolazione delle loro fake news: cure miracolose in cambio di soldi, sostegno politico, monetizzazione di click e like al loro sito.
Le fake news non rappresenterebbero un problema così grande, se si limitassero ad influenzare soltanto le persone che manipolano. Il problema maggiore è che esistono prede secondarie di questo scenario, influenzate indirettamente dal comportamento delle prede primarie. Di seguito pochi esempi di come alcune fake news abbiano generato migliaia di prede primarie e secondarie, con conseguenze a volte drammatiche (mi sono occupata di tematiche biomediche, poiché questa è la mia area di competenza):
- Dichiarare l’HIV come un virus innocuo e l’AIDS un’invenzione dello Stato, invitando i pazienti a sospendere le terapie anti-retrovirali e ad avere rapporti non protetti, ha provocato un aumento dei contagiati, che non hanno avuto neanche accesso ai trattamenti preventivi e che hanno sviluppato l’AIDS nel giro di pochi anni. Il gruppo di persone autore di queste credenze chiede tutt’oggi soldi per finanziare le proprie cure alternative ai pazienti, diffondendo documentari su YouTube con presunte testimonianze. Il fatto che K. Mullis (premio Nobel per la chimica) abbia sostenuto questa ideologia (1997, 2014) ha probabilmente contribuito al dilagare di questa credenza, danneggiando la salute di centinaia di persone.
- Proporre pasti sostitutivi per perdere peso, con semplici integratori acquistati online, può alimentare la mancanza di autostima, diminuire il piacere di nutrirsi adeguatamente (un bisogno essenziale di qualsiasi essere vivente) e comportare dei seri problemi di salute.
- Invitare i pazienti a sospendere le cure contro il cancro, acquistando prodotti o pacchetti di sedute spirituali, è spesso causa della morte dei pazienti. Sebbene la scelta di se e come affrontare una situazione così delicata sia personale, questa non dovrebbe mai essere fonte di lucro per qualcun altro. Questi gruppi solitamente fanno affidamento su testimonianze che, quando vere, si riferiscono a pazienti che avevano già beneficiato degli effetti della medicina tradizionale e che hanno avuto la fortuna poi di trovare un supporto continuativo in modo non tradizionale.
- Dichiarare inutili le vaccinazioni obbligatorie mette a rischio l’intera popolazione, esponendola alla possibilità di contrarre malattie che possono essere mortali o causare gravi danni nel lungo periodo. Curiosamente, queste persone sponsorizzano integratori o altri prodotti, che sono invece a pagamento, per poter “rinforzare il sistema immunitario”. Sfortunatamente, anche qualora il prodotto contribuisca ad una buona difesa immunitaria, il sistema immunitario non avrà sviluppato alcun anticorpo per poter difendere l’organismo.
Un punto che mi preme sottolineare è che non sempre le fake news si basano su delle premesse sbagliate. Ad esempio, la medicina tradizionale possiede purtroppo realmente dei limiti e non esiste sempre una cura per ogni malattia che affligge l’essere umano (per questo motivo esiste il settore della ricerca biomedica). Inoltre è noto che alcune terapie possono causare notevole stress psicofisico nei pazienti. Fortunatamente, esistono anche terapie alternative che possono essere coniugate, sulla base delle esigenze personali del paziente, e contribuire all’outcome o alla buona gestione della patologia. Ripudiare invece qualsiasi intervento evidence-based, infangando la ricerca scientifica, e proporre strategie alternative in cambio di denaro, non è altro che frode.
Se si vuole veramente sviluppare pensiero critico ed uscire dal vortice di analfabetismo settoriale, seppur vittime dei nostri meccanismi neurali innati, occorre domandarsi se sappiamo di non sapere abbastanza. La ricerca delle fonti, la consapevolezza dei propri bias di conferma e una ricerca sull’autore della notizia (compreso il profitto che questo potrebbe trarre dalla sua condivisione) sono dei semplici, ma utili strumenti che possono renderci meno prede della manipolazione online.
Bibliografia:
- Arechar A. et al. (2023) Understanding and combatting misinformation across 16 countries on six continents. Nature Human Behavior 7(9):1502-1513. DOI: 10.1038/s41562-023-01641-6.
- Gronchi G. & Perini A. (2024) Limits of functional illiteracy in explaining human misinformation: the knowledge illusion, values, and the dual process theory of thought. Frontiers of Psychology 15. DOI: https://doi.org/10.3389/fpsyg.2024.1381865.
- Kahan, D. M. (2017) Misconceptions, misinformation, and the logic of identity-protective cognition. Cultural Cognition Project Working Paper Series No. 164 (Yale Law School).
- Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. New York: MacMillian.
- Mullis K. Ballando nudi nel campo della mente. Ed: Baldini & Castoldi. ISBN: 8868651211, 9788868651213.
- Mullis K. The HIV Hoax: 2000 Virologists Cannot Be Wrong. Ed: CreateSpace Independent Publishing Platform, 2014. ISBN: 1505434750, 9781505434750.
- Platone, Apologia di Socrate. Ed: Mondadori Editore, 2016. ISBN: 1533179824, 978153317982.

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