Il ventunesimo secolo è stato definito come l’era della crescita economica globale e del rapido progresso tecnologico. Nonostante i molteplici vantaggi apportati alla qualità della vita, la popolazione, specialmente quella lavoratrice, risente della difficoltà di stare al passo con questo continuo sviluppo, con un ritmo della vita quotidiana sempre più accelerato. In questo scenario di sfida perpetua, impotenza, competizione illimitata, pressione sociale, preoccupazioni e alienazione, il numero delle persone affette da depressione è in continua crescita annuale (attualmente stimato il 25% della popolazione mondiale). L’eziologia della depressione è ancora largamente inesplorata, sebbene siano state identificate basi genetiche e patogeni ambientali, che concorrono insieme nel determinare l’insorgenza dei sintomi depressivi. Diversi professionisti della salute mentale riportano però una correlazione tra la depressione e l’attitudine ad identificarsi nei successi lavorativi o economici, mettendo in secondo piano i propri bisogni e desideri.
L’epoca ipermoderna, essendo l’epoca dell’eclissi del desiderio, è l’epoca della diffusione epidemica della depressione.
– L’uomo senza inconscio (2010), Massimo Recalcati.
La sintomatologia della depressione è vasta, ma presenta caratteristiche comuni, quali: anedonia, pessimismo, senso di incapacità e pensieri suicidi. Alcune persone sperimentano inoltre comorbidità, tra cui: dolore cronico, ansia e disturbi del sonno. Sulla base delle attuali conoscenze, sono oggi in commercio diversi farmaci per contrastare i sintomi di questo disturbo dell’umore. Ciò nonostante, soltanto 1/3 dei pazienti sembra essere responsivo al trattamento farmacologico (Belzeaux et al., 2020). Inoltre, gli antidepressivi provocano spesso effetti avversi che influenzano negativamente la qualità di vita dei pazienti (Apazoglou et al., 2028). Questi dati riflettono il bisogno urgente di trovare nuove terapie efficaci, che possiedano meno effetti indesiderati. Vecchie strategie di neuromodulazione, come la terapia elettroconvulsivante (Hsieh, 2023), stanno ritrovando il loro impiego in chiave moderna, mentre emergono nuove possibili forme di terapia per specifici tipi di depressione (ad esempio, la terapia della luce – Kosanovic et al., 2023).
Musicoterapia: si può unire il fascino per l’alternativo col rigore scientifico?
La musica è da sempre un linguaggio artistico, che riflette e suscita le emozioni umane. Oggi, le attività basate sulla musica sono proposte anche come una forma di terapia per pazienti con disordini psicofisici (la musicoterapia è riconosciuta come uno dei metodi più efficaci per affrontare i disordini psicosomatici – Gao et al., 2019). Da pochi anni, la musicoterapia viene impiegata anche come approccio preventivo o coadiuvante nel trattamento di alcune forme di depressione. Sebbene i pazienti e i terapeuti stessi riportino un miglioramento della sintomatologia, poche ricerche sono state condotte per indagare sui meccanismi attraverso cui la musica sarebbe efficace nel contrastare la depressione. Questo punto è cruciale e riguarda varie forme di terapie alternative, che, essendo nate come attività ludiche o artistiche, non godono di studi scientifici alla base che ne permettano un riconoscimento evidence-based nell’impiego terapeutico. Sebbene queste attività possiedano ovviamente un importante valore spirituale nella vita dell’uomo, non sarebbe deontologicamente corretto proporle come terapie “miracolose”, senza un valido presupposto scientifico. Allo stesso modo, non è corretto demonizzare le terapie alternative in quanto tali, semplicemente perché non sviluppate all’interno di un contesto industriale di ricerca medica. La ricerca traslazionale può essere quindi un valido approccio, che permette di collegare l’outcome psicologico dei pazienti umani ai risultati molecolari in un modello animale.
Il primo studio traslazionale risale al 2023
Nel 2023, Fu e collaboratori hanno esaminato gli effetti della musica su un modello murino di depressione indotta dallo stress, di modo da replicare una situazione vicina a quella umana. In particolare, sono stati formati 4 gruppi:
- CUMS (chronic unpredictable mild stress): individui sottoposti a stress quotidiano;
- Music: individui sottoposti all’ascolto di 25 brani musicali di diversi generi, riprodotte in ordine casuale, per mimare l’ascolto di musica negli esseri umani;
- CUMS + Music: individui sottoposti ad entrambe le condizioni contemporaneamente;
- Control: gruppo di controllo.
La fase di esposizione è durata un totale di 24 giorni, successivamente ai quali tutti gli animali sono stati testati con diversi saggi comportamentali.
Tutti i test mostrano che l’ascolto di un’ora e mezza di musica al giorno è sufficiente a prevenire sintomi depressivi, quali anedonia, senso di impotenza e stati ansiosi. Questi risultati suggeriscono che l’attenuazione dei sintomi nei pazienti umani non possa essere un semplice effetto placebo o condizionamento, poiché i topi non possiedono nessuna correlazione a priori tra l’ascolto di musica e un senso di sollievo.

Lo Studio dei Biomarcatori
Gli autori si sono poi dedicati allo studio dei marcatori biologici di depressione. Infatti, trattandosi di un disturbo dell’umore che può protrarsi anche per anni, la depressione correla spesso con un’alterazione neuro-endocrina-immuno-metabolica, portando ad alti livelli di infiammazione (a livello del cervello, ma più spesso diffusa a tutto l’organismo). Ad oggi, la ricerca scientifica ha identificato il coinvolgimento di fattori neurotrofici, citochine infiammatorie, ormoni stereoidei ed enzimi ossidanti nella patofisiologia della depressione.
Ad esempio, gli stati depressivi correlano spesso con un cambiamento dei livelli di specie reattive dell’ossigeno (ROS o, più comunemente, radicali liberi). I ROS svolgono molte funzioni importanti nell’organismo, ma, quando non sono controllati, instaurano una condizione di stress ossidativo che causa danni cellulari e, conseguentemente, tissutali. Il gruppo CUMS in questo studio mostra livelli di ROS significativamente più elevati rispetto al controllo, sia nel siero che nel cervello (nello specifico: ippocampo e corteccia prefrontale). Inoltre, i livelli degli enzimi responsabili della concentrazione dei ROS risultano significativamente sbilanciati, promuovendo la formazione di radicali liberi. L’esposizione all’ascolto di musica sembra prevenire tutte queste alterazioni, mostrando livelli enzimatici e dei ROS del tutto equiparabili ai controlli, sia nel siero che nel cervello.
Gli autori hanno poi valutato eventuali differenze nella popolazione neuronale nel giro dentato dell’ippocampo. Infatti, campioni istologici dall’ippocampo di pazienti depressi mostrano una drammatica diminuzione di neuroni, rispetto al resto della popolazione. Anche in questo caso, nel gruppo CUMS il numero di neuroni è significativamente inferiore al controllo; al contrario, nel gruppo CUMS + Music il numero dei neuroni risulta comparabile al controllo.
Per indagare ulteriormente sui livelli di neuroinfiammazione, gli autori hanno anche esaminato i livelli di citochine pro- e anti-infiammatorie, il cui equilibrio risulta spesso perturbato nel fenotipo depressivo. I risultati delle analisi molecolari, condotte nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale, sono coerenti con gli altri test effettuati: il gruppo CUMS mostra uno sbilanciamento a favore delle citochine pro-infiammatorie, mentre non ci sono differenze tra il gruppo CUMS + Music e il gruppo controllo.
Le analisi molecolari hanno inoltre permesso di indagare sui livelli di BDNF (Brain-derived neurotrophic factor), un fattore neurotrofico che promuove la sopravvivenza e il differenziamento neuronale, favorendo la crescita di nuove sinapsi. Coerentemente con le indagini istologiche, il gruppo CUMS possiede livelli di BDNF inferiori, nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale. Questo non accade nel gruppo CUMS + Music, che mostra livelli simili al controllo.
Infine, il gruppo CUMS manifesta elevati livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, sia rispetto al controllo che al gruppo CUMS + Music.
Tutte queste analisi hanno permesso agli autori dello studio di tracciare un possibile meccanismo biologico a cascata, che influenzerebbe gli individui affetti da depressione indotta dallo stress.

fattore protettivo nei confronti della depressione indotta
dallo stress (Fu et al., 2023).
Gli eventi stressanti promuoverebbero a lungo termine un continuo rilascio di citochine pro-infiammatorie e ROS, che causerebbe l’iperattivazione dell’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene), il principale effettore della risposta allo stress nel sistema nervoso (dettagli sulla risposta allo stress si trovano in questo articolo: Il bullismo e le sue tracce nel DNA – Spazio Intersinaptico). Attraverso una cascata ormonale, l’asse HPA induce il rilascio di cortisolo, il quale influenza a sua volta una serie di funzioni fondamentali dell’organismo. Normalmente, la funzione ultima è responsabile dello spegnimento della cascata ormonale, così da ripristinare l’omeostasi dell’organismo. In questo caso, trattandosi di una condizione di stress ripetuto, l’asse HPA continua rilasciare di cortisolo, i cui livelli aumentano progressivamente nell’organismo. Elevati livelli di cortisolo ridurrebbero i livelli di BDNF (ciò che è oggi considerata una causa diretta di depressione) e, conseguentemente, indurrebbero un drammatico decadimento neuronale.
Secondo gli autori, l’ascolto di musica sarebbe sufficiente a limitare gli effetti dello stress a lungo termine, mantenendo la corretta omeostasi dell’organismo.
Limiti dello studio: quale direzione deve prendere la ricerca scientifica?
Per quanto sia facile lasciarsi trasportare dall’idea che la musica possa avere un potere curativo nei disturbi dell’umore, specialmente se indotti da stress cronico, occorre fare alcune valutazioni di tipo scientifico, per poter formulare delle conclusioni deontologicamente corrette.
Innanzitutto, tutte le analisi svolte hanno rivelato risultati coerenti tra loro. Supponendo che non ci sia stata alcuna omissione di risultati discordanti e che il lavoro sia stato presentato in modo trasparente, viene da chiedersi in che modo veramente la musica agisca come fattore protettivo. Infatti, nessuno dei risultati suggerisce che l’ascolto di musica possa spostare l’omeostasi a favore di una condizione anti-infiammatoria a priori. Al contrario, sia i ROS che le citochine testate possiedono valori comparabili al gruppo di controllo.
Inoltre, questo studio non dimostra alcun potere curativo della musicoterapia, poiché l’esposizione all’ascolto di musica non è susseguito al periodo di stress cronico e non è possibile valutare una eventuale regressione del fenotipo depressivo.
Possono questi limiti essere motivo di non ulteriore indagine? Al contrario: risultati di questo tipo dovrebbero spingere la ricerca ad investire più risorse nel validare l’importanza di abitudini sane che possono diventare, all’occorrenza, medicine per l’anima.
Bibliografia:
- Apazoglou K, Farley S, Gorgievski V, Belzeaux R, Lopez JP, Grenier J, et al. Antidepressive effects of targeting ELK-1 signal transduction. Nat Med. 2018;24:591–7.
- Belzeaux R, Gorgievski V, Fiori LM, Lopez JP, Grenier J, Lin R, et al. GPR56/ADGRG1 is associated with response to antidepressant treatment. Nat Commun. 2020;11:1635.
- Fu, Q., Qiu, R., Chen, L. et al. Music prevents stress-induced depression and anxiety-like behavior in mice. Transl Psychiatry 13, 317 (2023). https://doi.org/10.1038/s41398-023-02606-z
- Gao Y, Wei Y, Yang W, Jiang L, Li X, Ding J, et al. The effectiveness of music therapy for terminally ill patients: a meta-analysis and systematic review. J Pain Symptom Manag. 2019;57:319–29.
- Hsieh MH. Electroconvulsive therapy for treatment-resistant depression. Prog Brain Res. 2023;281:69-90. doi: 10.1016/bs.pbr.2023.01.004. Epub 2023 Mar 10. PMID: 37806717.
- Kosanovic Rajacic B, Sagud M, Pivac N, Begic D. Illuminating the way: the role of bright light therapy in the treatment of depression. Expert Rev Neurother. 2023 Jul-Dec;23(12):1157-1171. doi: 10.1080/14737175.2023.2273396. Epub 2023 Dec 15. PMID: 37882458.
- Wang D, An SC, Zhang X. Prevention of chronic stress-induced depression-like behavior by inducible nitric oxide inhibitor. Neurosci Lett. 2008;433:59–64.

Grazie per aver letto questo articolo!

Ganzissimo, grazie!!! Secondo me resta aperto il problema di quale musica: ho sempre pensato che Ascenseur pour l’echafaud (Ascensore per il patibolo) fosse la colonna sonora del mio possibile suicidio, a sua volta stimolata dalla disperata tromba di Miles. Insomma, ci vorrebbe anche un musico-terapista assieme a cui studiare la playlist ottimale, studiate per te! Un mestiere per il futuro!
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