neurobiologia

Popping for Parkinson’s: da sintomo a mossa di danza

Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa per la quale non esiste ancora una cura e rappresenta la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa al mondo (Lew, 2007). I principali sintomi motori del Parkinson includono rigidità muscolare, bradicinesia e tremori (Kalia & Lang, 2015), ma sono comuni anche sintomi psicocognitivi tra cui depressione, ansia, apatia e disturbi dell’attenzione (Brown et al., 2011; Garlovsky et al., 2016), che emergono solitamente prima o insieme ai segni motori e che contribuiscono in modo significativo a ridurre la qualità della vita delle persone affette.

La comparsa dei sintomi motori è strettamente legata alla degenerazione dei neuroni dopaminergici, in particolare quelli della substantia nigra pars compacta (SNc), situata nel mesencefalo. Questi neuroni proiettano allo striato dorsale, modulando i circuiti dei gangli della base, che regolano l’avvio e la fluidità dei movimenti (Fig. 1).
In condizioni normali, la dopamina (neurotrasmettitore chiave per movimento, motivazione, ricompensa, apprendimento e funzioni esecutive) permette al cervello di selezionare e avviare azioni in modo efficiente. Nella malattia di Parkinson, la perdita progressiva di questi neuroni riduce drasticamente la dopamina nello striato.
Parallelamente, altre popolazioni dopaminergiche e sistemi non dopaminergici (come quelli serotoninergici e noradrenergici) possono subire alterazioni, contribuendo ai sintomi psicologici e cognitivi.

Fig. 1: Circuito dopaminergico nella Substantia nigra pars compacta. I neuroni dopaminergici proiettano allo striato, che modula circuiti fondamentali per il controllo motorio.

Ad oggi sono disponibili terapie farmacologiche che aumentano i livelli della dopamina, riducendo l’impatto dei sintomi motori. Tuttavia, questi trattamenti comportano effetti collaterali (Chaudhuri et al., 2018) e non sono purtroppo in grado di modificare il decorso della malattia (Kalia & Lang, 2015). Inoltre, trattandosi di farmaci specifici per la neurotrasmissione della dopamina, questi non sono altrettanto efficaci sui sintomi non motori. Pertanto, è fondamentale trovare forme di intervento supplementare, di modo da supportare in maniera più completa gli individui che convivono col morbo di Parkinson.

Perché ballare può aiutare le persone affette dal morbo di Parkinson?

In generale, gli interventi basati sull’esercizio fisico e sulla fisioterapia sono sempre più riconosciuti come utili coadiuvanti nel trattamento del morbo di Parkinson (Tomlinson et al., 2012; Armstrong & Okun, 2020). La danza però inoltre offre alle persone affette dal morbo di Parkinson un modo coinvolgente di fare esercizio fisico, attraverso l’apprendimento di routines, ma anche l’esperienza emotiva legata alla musica e l’opportunità di espressione creativa e di intrattenere relazioni sociali (Dhami et al., 2015; Bek et al., 2022).

Infatti, la maggior parte degli studi che hanno esaminato gli effetti della danza sulle persone affette dal morbo di Parkinson hanno non soltanto dimostrato miglioramenti della funzione motoria (Rocha et al., 2018), ma anche suggerito l’esistenza di benefici a livello cognitivo e del tono dell’umore (Kalyani et al., 2019; Solla et al., 2019).

Cos’è il Popping?

Il Popping è uno stile di danza che ha radici profonde nella cultura funk ed è strettamente legato allo sviluppo della musica e della street dance negli Stati Uniti. Fu resa popolare dal gruppo Electric Boogaloos di Fresno (California), che incorporava movimenti robotici, scatti improvvisi e isolazioni muscolari al ritmo della musica funk.

La tecnica del popping si basa appunto sul “pop”, ovvero la contrazione vigorosa e il rilascio volontario dei muscoli a tempo con la musica, che crea un effetto di scatto o esplosione, molto simili ai sintomi motori tipici del morbo di Parkinson. Inoltre, i marcati segnali ritmici esterni, forniti dal beat della musica funk, possono essere particolarmente utili per facilitare il movimento delle persone affette (Rose et al., 2019), così come lo sono le lunghe stringhe nell’incoraggiare l’ampiezza dei movimenti (McDonnell et al., 2018).

L’idea del progetto Popping for Parkinson´s, fondato da Simone Sistarelli, è quindi quella di unire i benefici della danza come esercizio terapeutico con la possibilità di offrire uno strumento per trasformare i sintomi della malattia in capacità di espressione artistica, restituendo individualità a delle persone che, a partire dal momento della diagnosi, si ritrovano più spesso, sia per questioni sociali che pratiche, ad essere etichettati come pazienti.

Dal 2015, il progetto Popping for Parkinson’s trasforma i pazienti in studenti di danza.

Ma può una singola lezione di Popping fare la differenza?

Nello studio del progetto Popping for Parkinson´s (Sistarelli et al., 2023) sono stati reclutati 33 partecipanti con morbo di Parkinson e suddivisi in gruppi:

  • sesso (maschio, femmina);
  • età (≤65 anni, >65 anni);
  • stadio della malattia;
  • tremore (presente, assente);
  • trattamento con stimolazione cerebrale profonda (sì, no);
  • luogo del corso di danza (Londra, Hatfield, New York City, Torino);
  • precedente esperienza di danza (Popping, altra danza, sia Popping che altra danza, nessuna esperienza).

Per misurare l’umore dei partecipanti è stato utilizzato il Profile Of Mood States (POMS), in linea con precedenti studi nel campo (Lewis et al., 2016), che prevede di rispondere a 65 domande con una scala da 1 a 5. I volontari sono stati sottoposti a questo questionario il giorno stesso prima della lezione (T0), immediatamente dopo la lezione di danza (T1), a distanza di 24 ore (T2) e di 1 settimana (T3).

Inoltre, ai partecipanti sono state poste due domande aperte per ottenere un feedback al termine della lezione di danza:

  • “Come hai trovato la lezione?”;
  • “C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?”.

I punteggi totali ottenuti hanno rivelato che l’umore migliorava immediatamente prima (T0) e immediatamente dopo (T1) la lezione di danza, per poi tornare ai livelli di base entro 24 ore (risultato in linea con precedenti studi sugli interventi di danza per le persone affette dal morbo di Parkinson). In particolare, sono state riscontrate diminuzioni significative per lo stato di tensione, depressione e confusione, mentre si è registrato un aumento della sensazione di vigore (Sistarelli et al., 2023).

Ogni quanto fare lezione?

Poiché gli effetti positivi sull’umore rientrano entro le 24 ore, si potrebbe speculare che frequentare una lezione di danza ogni giorno possa permettere di raggiungere miglioramenti duraturi nel tempo. Ciò comporterebbe però implicazioni non di poco conto per i partecipanti, che già si trovano quotidianamente ad affrontare sfide impegnative, per svolgere faccende che per altre persone sono considerate di semplice routine.

Per questo motivo, gli autori suggeriscono di considerare in alternativa la possibilità di svolgere lezioni da casa, con adeguato supporto on-line, da integrare alle lezioni di gruppo settimanali.

Benefici e studi futuri

Dai commenti dei partecipanti emerge che le lezioni di Popping potrebbero aver portato benefici indiretti nuovi, rispetto ad altre discipline (Sistarelli et al., 2023), ad esempio offrendo ai partecipanti la possibilità di mostrare ad amici e/o familiari, come i loro sintomi diventino mosse di danza. Questo impatto potrebbe potenzialmente comportare un effetto sull’umore nel lungo termine, sebbene questo singolo studio non si sia proposto di analizzare tali cambiamenti oltre la singola settimana.

Sarebbe ovviamente inoltre interessante valutare l’eventuale componente di un effetto placebo, considerando che proprio la dopamina è coinvolta nei meccanismi che lo mediano (De la Fuente-Fernández, 2009). Questo potrebbe essere svolto suddividendo i partecipanti in gruppi di controllo, sebbene sia difficile progettare studi in modo che il partecipante sia all’oscuro del tipo di intervento pratico svolto (popping, altro tipo di danza, altro tipo di attività con musica e/o interazioni sociali).

Infine, potrebbero essere svolti studi mirati ad evidenziare eventuali miglioramenti della sintomatologia motoria, come l’equilibrio, l’andatura, il tremore e il congelamento o aspetti psicologici piu profondi, come la fiducia, l’autostima, il senso di controllo e lo stigma.

Nel suo insieme, questo studio offre nuove prospettive di trattamento e ricorda che, al di là delle categorie cliniche e dei protocolli standardizzati, la cura resta un’esperienza profondamente personale: la scienza e gli studi servono a sviluppare interventi efficaci su larga scala, ma non devono farci dimenticare l’unicità di ciascun individuo e l’importanza della relazione umana nel processo terapeutico.

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