neurobiologia

Confirmation Bias: perché il nostro cervello può illuderci?

Il cervello è programmato per individuare possibili relazioni tra differenti fattori ed eventi. Stabilire collegamenti tra due variabili, come un sapore sgradevole e un forte mal di pancia, è una delle capacità determinanti per la sopravvivenza e la riproduzione. I sistemi neurali lavorano non soltanto trovando associazioni tra due eventi, ma anche rinforzando le nostre idee ogni volta che li troviamo nuovamente accoppiati: il cervello filtra i segnali, di modo da consolidare l’apprendimento e consentire all’individuo di effettuare scelte appropriate al contesto. Questo processo cognitivo rischia però di generare una distorsione del pensiero, ovvero una tendenza ad acquisire selettivamente nuove informazioni che confermino i propri preconcetti, evitando la contraddizione con essi. In altre parole, il cervello ci illude di avere ragione, avvalorando i fatti che convergono con la nostra opinione e screditando le possibili prove contrarie. Questo fenomeno prende il nome di confirmation bias (letteralmente “distorsione di conferma”).

A riprova del fatto che si tratta della conseguenza di un processo cognitivo con un valore di per sé adattativo, il confirmation bias può essere riscontrato anche nelle altre specie animali, che, come afferma Temple Grandin, “sviluppano di continuo superstizioni”, secondo lo stesso principio: il cervello assiste ad un’associazione accidentale tra due eventi e stabilisce una relazione causale tra questi, pur non essendo in realtà legati tra loro (La macchina degli abbracci, 2006). Se questa distorsione influenzasse esclusivamente scelte come “quale maglietta indossare all’esame” o “cosa mangiare la mattina della partita”, non rappresenterebbe un problema significativo.

Il fenomeno assume degli aspetti particolarmente negativi, quando il bias è tale da impedire il pensiero critico, attraverso l’incapacità di completa osservazione, di ragionamento e perfino di comunicazione. Negli ultimi anni in particolare, l’avvento dei social networks ha portato ad un’autoalimentazione di questo limite, con la diffusione virale di contenuti falsi e la possibilità di una maggiore aggregazione sociale in gruppi di persone con convinzioni comuni (Del Vicario et al., 2017). In un tale clima di influenza sociale, l’esposizione di affermazioni divergenti sfocia spesso in discussioni che finiscono col rafforzare l’orientamento del gruppo, anziché portare nuovi spunti di riflessione.

Non si tratta di un passaggio di poca importanza, visto che certi meccanismi decisionali della politica del nostro paese si basano fortemente su ciò che la rete dice o pretende di affermare. Il rischio dunque è che […] si possa legiferare sulla base di un sentire comune, che è a molte miglia di distanza dal buon senso e dalla buona pratica scientifica.

Paolo Crepet (2016) Baciami senza rete

Esempio di come l’associazione tra due variabili possa essere erroneamente interpretata come una relazione causa-effetto. In questo caso vengono messe in correlazione il numero di persone annegate cadendo in piscina (in rosso) col numero di film in cui compare Nicolas Cage (in nero). Sebbene l’andamento delle due variabili in funzione del tempo sia quasi sovrapponibile, non esiste ovviamente alcuna relazione di causalità tra questi due eventi. (Immagine da Spurious Correlations)

Ancora più preoccupanti sono i casi in cui l’orientamento e il radicamento dell’opinione persiste di fronte ad evidenze contrarie. È sufficiente pensare ai gruppi di negazionisti del cambiamento climatico o dell’AIDS, come anche al movimento antivaccinista, per rendersi conto rapidamente di quanto gravi siano le conseguenze che questo fenomeno è in grado di comportare.

Che cosa accade nel nostro cervello?

Studi recenti suggeriscono che il confirmation bias possa essere osservato nel pattern di attività della corteccia prefrontale mediale posteriore (pMFC), un’area implicata nella valutazione degli errori e delle prestazioni; tiene traccia delle informazioni post-decisionali e determina il grado di flessibilità cognitiva, ovvero la capacità di modificare le scelte effettuate in precedenza. 
Nel 2020, i ricercatori del gruppo di Kappes hanno combinato l’imaging di risonanza magnetica funzionale (fMRI) con un compito comportamentale, in cui a ciascun partecipante veniva chiesto di rivalutare le proprie decisioni, alla luce delle opinioni altrui. I soggetti reclutati sono stati divisi in coppie e testati, secondo il paradigma sperimentale seguente:

  • fase 1: ogni partecipante era tenuto ad esprimere un giudizio e ad attribuirgli un valore, scommettendo un importo da 1 a 60 centesimi;
  • fase 2: nello scanner di fMRI, al partecipante era ricordato il precedente giudizio e relativo valore, seguito da quelli che era portato a credere fossero l’opinione (uguale o diversa) e la scommessa del loro compagno; successivamente gli veniva chiesto di effettuare una scommessa finale sulla propria idea.

Questo studio ha confermato che siamo meno propensi ad attribuire valore alle opinioni altrui, quando queste divergono dalle nostre. I partecipanti dello studio infatti tendevano ad aumentare adeguatamente la loro scommessa, quando il loro compagno esprimeva un’opinione in accordo col loro giudizio; quando il partner esprimeva invece un’idea non confermativa, i partecipanti correggevano la loro scommessa di un valore relativamente piccolo. Coerentemente con questo risultato, l’indagine di fMRI ha permesso di identificare una relazione inversa tra l’attività della pMFC e il valore delle nuove informazioni che supportano le opinioni precedenti, mentre non ci sono cambiamenti nei livelli di attività in quest’area cerebrale quando le nuove informazioni contraddicono il giudizio iniziale. In parole semplici, la pMFC media l’effetto della scommessa del compagno sulla scommessa finale, ma solo quando entrambi i soggetti condividono un giudizio simile. Quando due persone si trovano invece in disaccordo, il cervello non riesce a valutare la qualità dell’opinione altrui, diminuendo la probabilità di modificare i propri pregiudizi. 

L’importanza dell’incertezza

Un altro studio (Rollwage et al., 2020) ha cercato di comprendere se il confirmation bias dipendesse dal grado di sicurezza delle proprie decisioni. In questo studio, i partecipanti osservavano una nuvola di punti in movimento e dovevano giudicare se si stesse spostando verso il lato sinistro o destro dello schermo di un computer. Dovevano inoltre dichiarare quanto fossero certi della loro risposta, attribuendo un punteggio dal 50% al 100%. Dopo questa fase iniziale, la nuvola di punti veniva mostrata per la seconda volta in modo più chiaro e i soggetti dovevano prendere una decisione finale. Il compito è stato accoppiato a magnetoencefalografia (MEG), per monitorare l’attività cerebrale dei soggetti durante l’elaborazione del movimento dei punti.

Da questo test è emerso che tanto più i partecipanti erano sicuri della loro prima decisione, tanto meno utilizzavano la seconda visualizzazione per correggere il loro eventuale errore. Le registrazioni della MEG hanno inoltre messo in luce che quando le persone non erano sicure della loro scelta iniziale, integravano accuratamente le nuove informazioni. Al contrario, i partecipanti molto sicuri sembravano imperturbabili rispetto alle informazioni che contraddicevano la loro decisione, mentre rimanevano sensibili a quelle che confermavano la loro scelta. 

La violazione delle aspettative è eccitante

Secondo un articolo pubblicato su Biological Psychology (Sleegers et al., 2019) i cambiamenti della dimensione della pupilla possono essere utilizzati per dimostrare fisiologicamente il confirmation bias.

La pupillometria è una misura ampiamente applicata per valutare gli stati di eccitazione. La dilatazione o il restringimento delle pupille sono infatti indotti principalmente dal grado di luminosità dell’ambiente e dagli stati emozionali interni. In particolare, la relazione tra la dimensione della pupilla e l’eccitazione deriva dalla sua associazione con il sistema locus coeruleus-norepinefrina (LC-NE). Il locus coeruleus rappresenta il principale sito di sintesi di norepinefrina a livello encefalico e la liberazione di questa, attraverso le numerose proiezioni nervose, induce una risposta eccitatoria. Tra gli effetti più comuni dovuti al rilascio di questo neurotrasmettitore si ricordano: elevata frequenza cardiaca, aumento della sudorazione e, appunto, dilatazione pupillare. Il legame tra il sistema LC-NE e la dimensione della pupilla permette di dedurre una vasta gamma di processi cognitivi ed emotivi. Per esempio, è stato visto come le pupille si dilatino in risposta alla violazione delle nostre aspettative, generando uno stato di eccitazione.

Lo studio di Sleegers e collaboratori si è basato su queste conoscenze per ricercare una risposta fisiologica indicatrice del confirmation bias. I partecipanti di questo studio dovevano affermare se una serie di preconcetti fossero per loro veri o falsi e quanto fossero convinti di ciascun giudizio espresso. Successivamente, essi ricevevano un feedback (positivo o negativo), mentre venivano osservati i cambiamenti della dilatazione pupillare.
I ricercatori hanno mostrato che la maggiore grandezza della pupilla è correlata con un feedback negativo, mentre la dimensione minore è stata trovata in associazione ad un feedback positivo. Le variazioni della pupilla, e quindi anche lo stato di eccitazione, dipenderebbero però dal grado di coinvolgimento di ciascun soggetto. Un elevato livello di coinvolgimento determina un maggior effetto sulla dilatazione pupillare e viceversa. Nel momento in cui una nostra opinione viene contraddetta, ci eccitiamo tanto di più quanto siamo convinti della nostra posizione. Avere in partenza delle basse aspettative sulla veridicità del proprio giudizio determina invece una riduzione, se non assente, risposta eccitatoria.

In conclusione

Dato che il confirmation bias dipende strettamente da un meccanismo neurobiologico innato, dobbiamo sforzarci di comprendere questo limite e cercare di esaminare i fatti nel modo più neutrale e oggettivo possibile. Difficilmente rinunceremo ai nostri preconcetti, ma più facilmente riusciremo a farne a meno.

Bibliografia:

  • Crepet P. (2016) Baciami senza rete. Buone ragioni per sottrarsi alla seduzione digitale. Mondadori.
  • Del Vicario M., Scala A., Caldarelli G., Stanley H.E., Quattrociocchi W. (2017) Modeling confirmation bias and polarization. Scientific Reports 7:40391.
  • Grandin T. (2006) La macchina degli abbracci. Parlare con gli animali. Adelphi.
  • Kappes A., Harvey A.H., Lohrenz T., Montague P.R., Sharot T. (2020) Confirmation bias in the utilization of others’ opinion strength. Nature Neuroscience 23:130-137.
  • Rollwage M., Loosen A., Hauser T.U., Moran R., Dolan R.J., Fleming S.M. (2020) Confidence drives a neural confirmation bias. Nature Communications 11:2634.
  • Sleegers W.W.A., Proulx T., Van Beest I. (2019) Confirmation bias and misconceptions: Pupillometric evidence for a confirmation bias in misconceptions feedback. Biological Psychology 145:76-83.

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3 pensieri su “Confirmation Bias: perché il nostro cervello può illuderci?”

  1. Affascinante il mondo dei bias, che come tutte le cose sembra che abbiano una doppia faccia, positiva e negativa. Meccanismi evolutivi di difesa, precauzionali, identificanti e dall’altra distorsioni percettive e interpretative.

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